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IUS SANGUINIS O IUS SOLI

(articolo pubblicato sulla rivista ‘Dalla parte del torto’, 2012)

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Lamiaa ha 11 anni, vive a Reggio Emilia fin dalla nascita, in un tema scolastico scrive:

Non chiamatemi straniera o immigrata. A voi la scelta: potete chiamarmi italo-araba o italo-marocchina, ma non sono affatto straniera. I miei genitori tanti anni fa hanno scelto di immigrare e sono venuti in Italia. Ma io non ho mai immigrato, sono nata in Italia, per cui mi sento italiana. Non so con quale percentuale però lo sono, perché lo sento dentro di me e lo credo. Sento come se il Marocco fosse mio papà e l’Italia la mia mamma e nessuno potrebbe togliermi dal cuore uno dei due”. Un altro ragazzo di 16 anni, nato a Parma da genitori ghanesi, si chiede (e ci chiede): “Se non posso sentirmi italiano, cosa mi dovrei sentire?”

E’ il tema-problema delle seconde generazioni di bambini e di ragazzi nati in Italia da genitori immigrati. A Parma attualmente rappresentano quasi in 30% dei nati nel nostro ospedale (circa 800 ogni anno); frequentano le nostre scuole, parlano la nostra lingua, studiano la nostra storia e la nostra letteratura, praticano sport con i nostri figli, giocano e si divertono con i loro coetanei italiani. Però non possono avere la cittadinanza italiana e fino alla maggiore età devono vivere con un permesso di soggiorno periodicamente rinnovato; non posso svolgere attività sportiva agonistica e hanno bisogno di essere autorizzati dalla questura per poter andare all’estero in gita scolastica con la loro classe.

Una recente indagine ha mostrato che il 65% degli italiani non conosce l’attuale normativa che regola la cittadinanza. In Italia vige lo ius sanguinis, una regola ideata all’inizio del ‘900 quando il nostro Paese era terra di emigranti (circa 30 milioni nel secolo scorso) ed era dunque prioritario tenere legati questi cittadini alla loro terra d’origine. Con lo ius sanguinis i figli di italiani nati ad esempio negli Stati Uniti possono ottenere la cittadinanza italiana e una volta maggiorenni anche votare dall’estero (pur non contribuendo neppure fiscalmente alla vita sociale e politica del nostro Paese). Paradossalmente invece le famiglie provenienti dall’estero, con residenza e lavoro regolare e quindi anche fiscalmente attive, non possono esprime il loro voto alle elezioni amministrative. I figli di queste famiglie restano sospesi tra il nostro Paese, che come scrive Lamiaa sentono loro, e il Paese dei genitori che però sentono lontano (con una distanza che ovviamente non è solo fisica). Questi ragazzi una volta raggiunta l’età dell’adolescenza, alla pari dei loro coetanei, devono sviluppare e consolidare la loro identità, collocandosi nel contesto sociale e culturale nel quale diverranno adulti autonomi e responsabili.

Nel giugno di quest’anno è uscito il 5° rapporto italiano sul monitoraggio della convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (convenzione alla quale il nostro Paese ha aderito nel 1991). Il rapporto evidenzia che l’Italia possiede la normativa sulla cittadinanza più restrittiva d’Europa; quantifica che i minori senza cittadinanza sono quasi 1 milione, 650.000 dei quali nati nel nostro Paese (si tratta del 10% della popolazione scolastica, ma questo è un dato nazionale, a Parma sono uno studente su quattro e il dato è in progressiva crescita). Una volta raggiunta la maggiore età la cittadinanza deve essere richiesta al Ministero dell’Interno che risponde mediamente in 3-4 anni; la conclusione è che l’Italia possiede l’indice di concessione della cittadinanza più basso d’Europa. Il rapporto chiede di riformare al più presto l’attuale legge n.91 del 1992.

La stessa richiesta di modifica legislativa è arrivata con forza anche dal presidente Napolitano (che fin dalla fine degli anni ’90, quando era ancora soltanto ministro, evidenziava questo problema ); altre dichiarazioni precise e decise sono arrivate dall’attuale presidente della Camera e dal ministro Riccardi. Un’indagine del 2011 ha mostrato che il 77% degli italiani è favorevole a concedere la cittadinanza ai bambini che nascono nel nostro Paese. Nello stesso anno sono state raccolte (anche a Parma) oltre 100mila firme per una proposta di legge di iniziativa popolare nell’ambito della campagna “L’Italia sono anch’io” promossa e sostenuta da 19 associazione afferenti al mondo laico e religioso (anche la CEI si è espressa recentemente con molta chiarezza su questo tema).

La maggior parte dei Paesi europei ha progressivamente modificato la propria legislazione semplificando le procedure e permettendo l’attribuzione della cittadinanza fino in tenera età nel caso in cui almeno un genitori risieda regolarmente e stabilmente nel Paese ospitante. In Italia da diversi anni sono depositate numerose proposte di legge e dal 2008 la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha discusso ed elaborato diverse ipotesi, ovviamente senza riuscire a trovare una soluzione condivisa. Proposte di legge sono state fatte sia dal PD che dal PDL; la versione più condivisa è stata quella dell’onorevole Sarubbi del PD che nel 2009 è riuscito a raccogliere adesioni anche da colleghi del PDL, ma l’ostruzionismo della Lega ha fatto saltare l’accordo. Nel luglio di quest’anno la Commissione ha esaminato la proposta della campagna “L’Italia sono anch’io”, valutando un possibile compromesso attraverso una forma di ius soli cosiddetto ‘temperato’, ma ancora la Lega appoggiata da altri politici del centrodestra è riuscita a bloccare ogni decisione. E’ stato coinvolto anche il presidente del Consiglio Monti che però, per ora, ha deciso di non rischiare di compromettere la difficile maggioranza che lo sostiene per un tema privo di valore economico-finanziario (sic).

Nei mesi scorsi, alcune amministrazioni locali hanno iniziato a concedere la cittadinanza onoraria ai bambini nati nel loro territorio; le prime sono state Pontedera, Scandicci, Pesaro, Grosseto (queste ultime due a livello provinciale). La cittadinanza onoraria è stata raccomandata anche in una risoluzione dell’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna nell’aprile di quest’anno. Nel mese di luglio su questo tema ho depositato alla Presidenza del nostro Consiglio Comunale una mozione che è già stata approvata dalla commissione per le pari opportunità e che verrà discussa in una delle prossime sedute del consiglio. Purtroppo si tratta di una procedura con valore più simbolico che normativo

La speranza è che la politica nazionale si risvegli dal suo torpore e inizi seriamente a pensare anche a questioni come questa e a molti altri temi legati ai diritti, perché la società di domani si costruisce con le scelte fatte oggi.