PACEM IN TERRIS. Papa Giovanni XXIII, 1963

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Sintesi

5. Ogni essere umano è persona (…), quindi è soggetto di diritti e di doveri

9. Diritto di creare una famiglia, in parità di diritti e di doveri fra uomo e donna

10. Al diritto di proprietà privata è intrinsecamente inerente una funzione sociale

12. Diritto alla libertà di movimento e dimora in quanto appartenenti alla comunità mondiale

17. Una convivenza fondata soltanto sui rapporti di forza non è umana

23 Non più popoli dominatori e popoli dominati

24 Le discriminazioni razziali non trovano più alcuna giustificazione

50 Tutti gli esseri umani sono uguali per dignità naturale

52. Risponde a una esigenza di giustizia che i poteri pubblici promuovano lo sviluppo delle minoranze

60. Giustizia, saggezza e umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti (…), si mettano al bando le armi nucleari e si pervenga finalmente al disarmo

62. Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana. “Nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra” (Papa Pio XII, 1939)

67. Le eventuali controversie tra i popoli non devono essere risolte con il ricorso alle armi, ma attraverso il negoziato

68. Mentre si approfondisce l’interdipendenza tra le economie nazionali, le une si inseriscono progressivamente sulle altre fino a diventare ciascuna quasi parte integrante di una unica economia mondiale

76. Ci permettiamo di richiamare i nostri figli al dovere che hanno di partecipare attivamente alla vita pubblica e di contribuire all’attuazione del bene comune della famiglia umana

CICLISTA DI BUCHA

E’ da una settimana che mi gira per la mente la foto del ciclista ucciso a Bucha da un blindato russo. Non conosco il suo nome, la sua età, il suo mestiere, ciononostante mi è diventato famigliare, quasi un amico o un lontano parente. Dopo aver letto e ascoltato tante analisi di natura geopolitica e di economia internazionale, la mia attenzione si è concentrata su un unico individuo, su un inerme e inutile ciclista che percorreva un piccolo e sconosciuto villaggio nell’hinterland di Kiev.

Quell’uomo non rappresentava alcuna minaccia, era probabilmente disarmato, aveva sicuramente un motivo valido per spostarsi in un luogo invaso da militari armati e pronti a uccidere. Forse portava cibo o medicine a qualche parente in difficoltà, forse andava a verificare la situazione a casa di qualche amico o famigliare. Fino a poche settimane prima trascorreva una vita semplice e concreta, aspettando giorni di festa per ridere con gli amici, senza immaginare che la sua vita sarebbe presto giunta al termine, senza alcuna colpa da parte sua e senza alcuna necessità.

Una vita piena, per una morte vuota. Una vita con un senso, come ogni vita, ma una morte evitabile e priva di senso. Se il militare che ha sparato avesse tirato dritto con il suo blindato, evitando di fare il tiro a segno come al luna park, la sua vita avrebbe proseguito. Un secondo per premere il grilletto, senza il tempo di riflettere sulle conseguenze di quel piccolo movimento di un dito, una vita che si ferma, forse una vedova, forse degli orfani, sicuramente progetti interrotti e cose incompiute. Immagino un lavoro in garage da finire, un libro cominciato da poco abbandonato sul comodino senza poterne conoscere la conclusione.

Quel ciclista potrei essere io, potresti essere tu che leggi.

SO DI NON SAPERE

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Racconto tre episodi di questi giorni. 1. Un mese fa l’ente regolatore italiano ha vietato l’uso di Astrazeneca sopra i 55 anni, ieri la Francia dopo le segnalazioni di eventi avversi lo ha vietato sotto i 55 anni; eppure entrambe queste decisioni contraddittorie sono state prese da riconosciuti esperti. 2. Da noi sono state chiuse tutte le scuole, materne comprese, altri paesi europei sono andati in lockdown tenendo tutte le scuole aperte; difficile pensare che le due strategie siano ugualmente giuste. 3. Dopo un focolaio di Covid in un centro per anziani a un mese dalla vaccinazione di massa con il ciclo completo, il 20% si infetta, tra loro alcuni hanno alti titoli di anticorpi altri bassi, ma anche tra chi non si è infettato c’erano soggetti con alti titoli e altri con bassi; evidentemente non serve a nulla dosare gli anticorpi e questo significa che non sappiamo quasi nulla della reale immunità di popolazione.

Questi tre episodi (ma potrei raccontarne a decine) stanno a significare che su questa pandemia sappiamo ancora pochissimo e chi vende certezze vende fumo. Allora dove è finita l’evidenza scientifica, tutta la nostra tecnologia e i nostri protocolli che dovrebbero controllare e prevedere tutto? Forse siamo finalmente tornati al socratico ‘so di non sapere’ (che dovrebbe essere la massima per guidare ogni nostra decisione se compiuta con onestà intellettuale). Già nella epidemia influenzale che ha colpito l’Europa nel 1889 un giornalista voleva da Louis Pasteur certezze e lui, massimo esperto mondiale del momento, restituiva solo dubbi. Dopo oltre un secolo ne sappiamo molto più di Pasteur, e i dati di salute e di età media lo confermano, ma la ferita narcisistica dei medici in questi mesi ha ripreso a sanguinare come in passato e stiamo tutti facendo un salutare bagno di realtà.

Non siamo in grado di controllare tutto, resta l’imprevedibile e l’imponderabile, che mi piace chiamare ‘mistero’. La medicina non è una scienza esatta (utilizza scienze esatte come la fisica e la chimica); la medicina è una scienza empirica che si basa su alcune conoscenze oggettive e su tanta esperienza soggettiva del singolo medico. I protocolli non servono per gestire il singolo, servono per pianificare interventi sulla collettività e per gestire organizzazioni complesse. Questa pandemia non va lasciata (solo) alla scienza, ma va gestita anche con riflessioni esistenziali e filosofiche. La tecnologia dell’ultimo secolo ci ha obnubilati, facendoci sentire onnipotenti, questa pandemia ci riporta al senso di realtà. Abbiamo l’occasione fantastica di una collettiva psicoterapia di massa, non sprechiamola, allarghiamo il nostro orizzonte. Torniamo umani.

Don Chisciotte: un pazzo o un genio?

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Don Chisciotte, breve analisi di un capolavoro travisato

C’è un mito, o un luogo comune, che definisce Don Chisciotte pazzo, incapace di distinguere tra una nobildonna e una prostituta o di capire che un mulino a vento non è un nemico da sconfiggere con la lancia. Nell’immaginario collettivo il fido scudiero Sancio è generalmente considerato un realista, dotato di grande buon senso.

Leggendo il testo di Cervantes non ho assolutamente avuto questa impressione, anzi, il ‘cavaliere’ è descritto con elevate qualità e grandi idealità. Al contrario il suo scudiero appare come un gretto personaggio, interessato solo ai soldi e ai vantaggi personali. Mi sento un po’ ingannato dall’interpretazione popolare e penso che bisognerebbe riportare questi due personaggi alla interpretazione originale del loro autore.

Tra i numerosi brani che dimostrano la consapevolezza e l’idealità di Don Chisciotte ne riporto due che trovo particolarmente convincenti, tratti dal cap. 25 del Libro I:

Pazzo sono, pazzo devo essere, fin tanto che tu ritorni con la risposta d’una lettera con cui voglio mandarti a Madonna Dulcinea; e se questa risposta sarà quale è dovuta alla mia fede, subito cesseranno la mia follia e la mia penitenza; se sarà il contrario, diventerò pazzo da vero, e allora non sentirò più nulla; di modo che in qualunque maniera essa mi risponda, uscirò dal tormento e dal travaglio in cui mi avrai lasciato; e se mi porterai buone notizie, me le godrò rimanendo sano di mente, se cattive, non potrò soffrirne, perché sarò impazzito (…) Due cose sole più delle altre muovono ad amare, e sono la molta bellezza e la buona reputazione, e queste due cose si trovano al più alto grado in Dulcinea, perché nella bellezza nessuno l’agguaglia, e nella buona reputazione poche l’arrivano. Insomma io immagino che tutto quello che dico, è proprio in quel modo che dico, né più né meno, e la dipingo nella mia immaginazione come la desidero.

E’ difficile far diagnosi di pazzia dopo aver letto le parole che Cervantes mette in bocca al suo eroe. Al contrario sono numerosi i brani in cui Sancio appare come un personaggio ignorante e banale, uno di quelli che non cambieranno mai il mondo in meglio. Seguendo invece il ‘pazzo’ Don Chisciotte potremo vedere la realtà con occhi nuovi e sentire il desiderio di eliminare il male e le ingiustizie che ci circondano.

FACCIAMO UN PATTO: META’ PAURA E META’ FIDUCIA

Propongo un patto a chi lavora nella scuola, ma anche a tutti gli altri che stanno collaborando a riaprirle (me compreso). Abbiamo due emisferi, usiamoli entrambi. In uno ci mettiamo la paura del contagio, di infettare un caro congiunto, ci teniamo le distanze delle ‘rime buccali’, il gel per le mani, il distanziamento sociale (che prima della pandemia era un grave sintomo psicopatologico); in questo emisfero archiviamo tutti i decaloghi, le norme che vietano il canto (all’aperto si può) e il flauto dolce (finalmente!), invece il tamburo e il violino è consentito; qui volendo ci può stare anche la norma assurda che i compiti in classe vanno tenuti 48 ore in busta chiusa così il virus muore (una delle tante pratiche del tutto prive di fondamento scientifico che si stanno inserendo non si sa bene come). Questo emisfero è dotato di una parte cognitiva e razionale (che andrebbe maggiormente allenata) e di una emotiva, più difficile da gestire e molto soggettiva.

L’altro emisfero invece lo teniamo libero dal Covid, pulito, arieggiato, sano. Qui teniamo bene in ordine tutto quello che abbiamo studiato e capito della psicologia evolutiva e dei bisogni di un bambino che cerca di crescere; ci archiviamo le conquiste di secoli di pedagogia e di didattica. In questo emisfero ci sarà depositata tutta la nostra storia di insegnanti, tutta la nostra esperienza e creatività didattica, tutto il nostro amore per i bambini. Questo emisfero ci aiuterà a non aver paura se ci capita di dover abbracciare un bambino che piange; ci permetterà di credere veramente che ‘andrà tutto bene’ e se ci crediamo davvero ‘andrà davvero tutto bene’. Questo emisfero ci manterrà umani e capaci di risolvere i mille problemi che a scuola si presenteranno ogni giorno.

Chi dovesse trovarsi ingabbiato nel solo primo emisfero (anche per motivi più che giustificati) dovrebbe rinunciare a stare con i bambini e chiedere temporaneamente altre collocazioni, esattamente come fanno medici e infermieri delle terapie intensive stressati a tal punto da non riuscire più a svolgere bene il loro lavoro. Gli altri che riusciranno a dotarsi di entrambi gli emisferi, useranno il primo quando devono prendere decisioni e organizzare attività, ma faranno molta attenzione a non farlo vedere ai bambini, perché loro non possono tollerare le paure e lo stress degli adulti (altrimenti non sarebbero più bambini). Solo il secondo emisfero sarà visibile ai bambini, anche sotto la mascherina perché per loro davvero ‘l’essenziale è invisibile agli occhi’. Sarà questo emisfero a dare a questa generazione speranza e fiducia nel futuro. Glielo dobbiamo.

L’ULTIMA VOLTA

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Le canzoni di Guccini più famose sono quelle di denuncia e di invettiva, oppure quelle intimiste e poetiche. A me però piacciono molto quelle filosofiche, soprattutto quelle esistenzialiste come ‘Canzone per Piero’: “Eppure il mondo continua e va avanti con noi o senza e ogni cosa si crea su ciò che muore e ogni nuova idea su vecchie idee e ogni gioia sui pianti”. Continua a leggere

BUON COMPLEANNO GUCCIO!

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Oggi è il 14 giugno. Guccini compie 80 anni. Non posso fare a meno di scrivere. Ho qui sulla scrivania i 16 CD (live esclusi) con le 161 canzoni che hanno accompagnato la mia vita. Il Guccio non sa neppure che esisto, per me invece lui è come un fratello maggiore, che per diversi decenni mi ha raccontato pezzi di vita e regalato gemme di saggezza.  Continua a leggere

IL DITO E LA LUNA

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Dopo mesi di pandemia sono numerosi gli articoli che trattano di numeri e strategie, lockdown e distanze raccomandate, effetti economici e sociali a medio e lungo termine. Ho letto però poche riflessioni sul perché tutto questo è avvenuto, su come avremmo potuto evitarlo e su cosa dovremo aspettarci in futuro. Insomma molto sul ‘dito’ che indica la ‘luna’….. Provo a fare alcune riflessioni, riassumendo quanto ho letto e conosco sull’argomento, premettendo che non sono né un virologo né un infettivologo. Continua a leggere

SE NON ORA QUANDO?

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Da alcuni mesi la nostra vita è stata stravolta. Malattie e decessi, isolamento forzato, annullamento di vita sociale e attività ludiche, famiglie spaccate; attività produttiva bloccata, aerei e treni fermi, economia al collasso peggio di una guerra mondiale; luoghi di culto deserti e inutili, non è possibile sposarsi né divorziare, neppure l’ultimo saluto a un defunto è concesso (questo credo che non abbia precedenti nella storia dell’umanità).

Se però abbiamo la fortuna (come per me) di poterci spostare per lavoro vediamo che l’inverno è finito ed è arrivata la primavera, gli alberi hanno messo le gemme come al solito e i bulbi si sono svegliati dal lungo letargo; il mondo naturale, animali compresi, sembra indifferente al Coronavirus, anzi, l’assenza di mobilità e attività umana sta producendo effetti benefici sull’ambiente: sembra di essere tornati a un paio di secoli fa, quando non c’erano mezzi motorizzati a inquinare e spaventare gli altri esseri viventi. Abbiamo visto meduse nei canali di Venezia, delfini nel porto di Genova, cervi e caprioli
tra le auto parcheggiate in periferia.

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Il bonding nell’era del Coronavirus

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Sappiamo che il legame tra la mamma e il suo bambino ha il suo momento speciale nelle prime ore dopo il parto, quando giunge al termine la fatica e la paura del travaglio e avviene l’incontro che ti cambia la vita. L’esperienza fisica l’uno dell’altra è talmente intensa da lasciare segni indelebili nella mente e nel cuore; si tratta di un processo ancestrale, regolato da ormoni specifici che permettono la totale dedizione e sacrificio della mamma verso la sua creatura. Anche il padre può vivere un’esperienza ugualmente intensa e unica, con una duplice direzione: verso il figlio e verso la compagna, la vera artefice del mettere al mondo. In un’ottica cogenitoriale nasce una famiglia e la precedente relazione di coppia subisce un profondo rinnovamento. Continua a leggere